lunedì 18 luglio 2011

Precariato, nuovo welfare e cambi di paradigma. Il ruolo centrale di Sinistra Ecologia Libertà




                                                                                                                                                                                                                                                 Finalmente negli ultimi anni, ma in particolare mi sembra nell’ultimo anno, stiamo assistendo ad una nuova presa di coscienza delle moltitudini che vivono la condizione del precariato e della flessibilità senza alcuna sicurezza. Le partite Iva, (in realtà veri e propri dipendenti, obbligati ad aprirsi una partita Iva per poter essere sfruttati meglio, obbligati dal ricatto aziendale) come ha giustamente sottolineato il nostro coordinatore provinciale, Daniele Farina, alle elezioni amministrative recenti si sono rivelate votare principalmente Sinistra Ecologia Libertà, quando un tempo le partite Iva votavano Lega; e questo sottolinea Farina, non perché abbiano cambiato idea, ma perché è cambiata la composizione di classe. In poche parole, con questa frase, si possono riassumere i nuovi paradigmi del mondo del lavoro.
La battaglia per i diritti dei precari, degli atipici, delle partite Iva è una questione entrata prepotentemente nell’agenda politica anche istituzionale, e sta acquisendo sempre maggior centralità nel dibattito pubblico e sui mass-media. Parole e concetti come “reddito di cittadinanza”, “reddito di esistenza”, “reddito minimo garantito”, “basic income”, “continuità di reddito” o “reddito di intermittenza” come sta proponendo a Milano la nostra Cristina Tajani, Assessore al Lavoro della giunta Pisapia  stanno entrando nel vocabolario politico-sociale.
La centralità della questione ci è dimostrata ulteriormente dal fatto che mentre un tempo a parlare di precarietà erano solo i movimenti e le aree  di certa sinistra extraparlamentare oltre ai settori più maturi e avanzati di alcuni partiti della sinistra, oggi perfino il Papa Benedetto XVI, o l’ex-presidente della Banca d’Italia e ora Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, parlano della precarietà e della necessità di cambiare in qualche modo il sistema economico perché la precarietà non distrugga ogni speranza di futuro. Ovviamente i cambiamenti di cui parla Draghi molto difficilmente coincideranno con le ambizioni e le rivendicazioni di chi è politicamente consapevole dei meccanismi di sfruttamento su scala globale, ma qualche anno fa non ci si sarebbe nemmeno posti il problema…..( Ma quando dai vertici dell’Inps invitano a non dare informazioni ai precari sul loro futuro pensionistico, perché “potrebbero accadere sommovimenti popolari”- e cito a memoria, ma più o meno era questo ciò che è stato scritto- risulterebbe un po’ difficile ignorare la questione).  Ma aldilà delle parole di circostanza che possono esprimere politici, banchieri, religiosi ecc. le rivendicazioni di un nuovo welfare, di un reddito minimo, di un reddito garantito, perlomeno come primo passo per chi si ritrova momentaneamente senza reddito o con entrate troppo basse per vivere un’esistenza dignitosa (sempre tenendo in mente che ci si deve muovere in un’ottica di allargamento e di affermazione di un diritto e non di una concessione), di una garanzia di continuità di reddito sono oggi rivendicazioni che ricompongono sempre più il mondo del precariato, per sua natura atomizzato e disperso e che effettivamente progressivamente ci stanno riuscendo.
Il modello produttivo è cambiato profondamente, siamo passati dal modello fordista  dei grandi agglomerati industriali e dell’operaio massa a quello post-fordista della fabbrica diffusa e della piccola e piccolissima impresa, ma soprattutto del lavoro intellettuale, dei saperi, e comunque lavoro precario e sottopagato. Non che la figura dell’operaio non esista più, anzi, vediamo a quali attacchi è sottoposto proprio per fungere da esempio e mettere a tacere anche il resto del mondo lavorativo, Marchionne e la Confindustria, con gradazioni differenti, sono lì a dimostrarcelo. Ma oggi lo sfruttamento del capitalismo globalizzato sussume interamente la vita dei cittadini 24 ore al giorno e caratterizza l’economia post-fordista, configurando quindi nuovi soggetti lavorativi che diventano paradigmatici del nuovo sfruttamento: lavoratori dell’intelletto, operatori della conoscenza, del terzo settore, o i nuovi paria dei call-center (che poi spesso sono sempre gli stessi, non è raro, anzi, incontrare fior fiore di ricercatori, intellettuali, scrittori perfino, schiavizzati alla estraniante cabina del call-center), i vagabondi da un impiego all’altro, i nomadi della precarietà. Questo soggetto atomizzato, esterno ad ogni grosso agglomerato lavorativo (per quei pochi che ne sono rimasti) già negli anni ’70 da alcuni intellettuali marxisti fu chiamato “operaio sociale”. Oggi, per rinnovare il linguaggio, potremmo dire “Precario”,  perché il nuovo paradigma sociale e produttivo si basa sulla precarietà, una precarietà che non è solamente situazione lavorativa ma condizione esistenziale. E vorrei sottolineare questo fondamentale concetto, che ci mette al riparo da corporativismi e lotte fra poveri, da tentativi di scambio di benefici in un ottica che poi non può che essere che padronale e che infatti viene sposata da Confindustria e dalle destre, e persino da alcuni settori del cosiddetto centro-sinistra (Ichino docet, sic!). In altre parole potremmo dire che siamo tutti precari! Anche le figure lavorative che si pensavano essere maggiormente garantite,  subiscono un pesante attacco alla loro stabilità lavorativa e, ripeto, ce lo dimostra la vicenda Marchionne con il ritorno della contrattazione separata, delle gabbie salariali, dei licenziamenti di massa…..) .
Riassumendo:  il tramonto della centralità dell’”operaio-massa” segna l’inizio di un nuovo paradigma produttivo in cui l’”operaio-sociale”, il “precario” diventa soggetto centrale dello sfruttamento capitalista e neo-liberista. Dal punto di vista “lavorativo” alludo al precario come figura che non rientra nei canoni del vecchio paradigma del “posto fisso” (in realtà ormai precarizzato anch’esso…..) e quindi tutti gli atipici, ai co.co.pro, al tutti i lavoratori in aziende, società, compagnie da meno di 15 impiegati (che non godono delle garanzie dello Statuto dei lavoratori, e ahimè è proprio il mio caso), partite Iva, atipici di ogni sorta, senza contare la palude del lavoro nero e dello sfruttamento dell’immigrazione: i migranti oggi sono spesso gli ultimi degli ultimi.
 Ma il “precario” non è che il “totem”, l’emblema delle nuove forme di sfruttamento, di cui tutti/e noi siamo vittime, e del tentativo del capitale finanziario globalizzato di trasformare il mondo nel lavoro sempre più in questo senso, tanto da far diventare la precarietà una condizione esistenziale da accettare senza nemmeno più ribellarsi, spacciandocela per “modernità” (sic!).
Come accennavo all’inizio però, fortunatamente non tutta la politica è stata immobile e sorda. L’ultimo governo Prodi fece molto contro lo sfruttamento della precarietà, imponendo il contratto a tempo indeterminato al terzo contratto a progetto consecutivo (ed è così che ebbi il mio primo contratto a tempo indeterminato: altra mia modesta testimonianza personale che non sono tutti uguali, come qualche demagogo qualunquista oggi urla: nella notte in cui tutte le vacche sembrano nere, ne gioisce solo chi nero è già, così sembrano tutti uguali a lui).
Il nostro partito/progetto SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ è stato il primo soggetto politico a mettere la precarietà tra le questioni centrali e dirimenti, proponendo misure concrete per un nuovo welfare inclusivo.  E dobbiamo insistere su questo punto a mio avviso, contraddistinguerci sempre più come il partito/progetto che si fa carico pienamente di tutte le sfide della post-modernità. Che l’elettorato di SEL sia costituito in modo massiccio da precari e da quelle generazioni, dai 20 ai 45-50 anni, che per prime, tutte in serie hanno sbattuto il viso contro il muro della precarietà, non credo che sia un caso. E soprattutto, dobbiamo aggregare il mondo del precariato, che molto difficilmente può altrimenti trovare un comune denominatore che funga da elemento di ricomposizione, tramite le nostre rivendicazioni, prima fra tutte quella di un reddito minimo garantito (e non è nulla di trascendentale, esiste in tutta Europa eccetto che in Italia e Grecia) per poi innovare il welfare con i nuovi bisogni, (il web gratis e ovunque, i trasporti gratuiti ad esempio ecc.), e per arrivare poi a forme di reddito di cittadinanza che permettano sempre più ai cittadini/e di rallentare i ritmi del lavoro salariato, di avere la forza per rifiutare i diktat e i ricatti al ribasso, e per avere più tempo per dedicarsi alla “polis” e alla “res publica”, perché il bisogno di partecipazione alle decisioni che riguardano la propria vita possa essere vissuto pienamente e non di corsa tra un lavoro precario e malpagato e l’altro….
Con tutte le critiche che si possono fare alla Cgil di ieri e di oggi, (soprattutto in questa ultima fase in cui la Camusso ha praticamente abbandonato la Fiom), c’è il merito invece di aver compreso finalmente  l’importanza della questione precaria e di essersi mossa al fine di costituire una nuova consapevolezza precaria, cooperando gruppi spontanei e indipendenti che hanno trovato forme inedite di collaborazione con la Cgil stessa, come nel caso dei giovani di “Non più disposti a tutto”. Il 9 Aprile questo movimento ancora in fasce, ha organizzato manifestazioni in tutta Italia, provando a chiamare a raccolta questo soggetto sociale ancora disunito e disorganizzato ma che sta muovendo i suoi primi passi come soggetto sociale collettivo.
Ma nonostante la buona intuizione di quest’anno, il sindacato non ha fatto molto su questo tema. Molto più hanno fatto negli anni scorsi, alcuni centri sociali e realtà autorganizzate,  a partire dal Leoncavallo, a molte delle realtà antagoniste del Nordest, che in larga parte appoggiano SEL ed hanno instaurato un fecondo rapporto dialettico con il nostro Nichi. E poi il lavoro del BIN, (Basic Income Nerwork), della rete di San Precario e dell’intelligenza collettiva che ha ideato una “icona” così geniale e “rappresentativa”, altre realtà di base e l’importante contributo di molti intellettuali, che grazie anche a quotidiani come Il Manifesto, a riviste come “Posse” (dove tra l’altro si possono leggere molti contributi dell’assessore al lavoro di Milano, Cristina Tajani), e tanta altra stampa e siti web, tra i quali il nostro, si é potuto dibattere e promuovere una ancor più ampia discussione a livello nazionale. (a questo proposito leggere : http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/un-nuovo-welfare e se se ne ha voglia anche questo:http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/precari-ma-senza-pensione )
Nichi  Vendola ha più volte sottolineato l’importanza di questa battaglia, che afferma giustamente Nichi, non può però togliere diritti ai più anziani e darne un po’ di più ai più giovani come vorrebbero in Confindustria, alcune destre (e Ichino e qualcun altro nel Pd) ma per rivendicare un nuovo welfare  che risponda ai nuovi bisogni,  alle nuove lotte, al cambiamento di paradigma.
Se Sinistra Ecologia Libertà saprà rendere questa battaglia visibile e caratterizzarsi sia come parte attiva che lotta dentro ai movimenti, sia come “sponda istituzionale” per i movimenti sociali che si battono per un nuovo welfare e contro la precarietà (così come sulle mille altre tematiche portate avanti dalla società civile più consapevole, SEL deve acquisire quella capacità di essere dentro ai movimenti, in mezzo e insieme alle realtà e alle singolarità che lottano, portando poi queste istanze nel campo legislativo e facendo sì che si traducano in legge ), assolverà ad un compito essenziale, che nessuna forza politica ha svolto fin’ora con reale convinzione. SEL come progetto di ricostruzione di una nuova sinistra che sappia affrontare le sfide del XXI secolo, è fino ad oggi l’unica forza politica a dare la giusta centralità alla lotta alla precarietà (così come tante altre istanze), facendosi interprete delle rivendicazioni nel mondo del variegato mondo del precariato. Le parole d’ordine/rivendicazioni con cui scardinare la cassaforte neo-liberista  devono essere, come già detto,  quella di un nuovo welfare, inclusivo e adatto ai nuovi bisogni e il reddito di cittadinanza, che deve rimanere la rivendicazione comune a cui aspirare: la sicurezza sociale, la fine di ogni ricattabilità e di giochi al ribasso da parte degli imprenditori, il tempo e il denaro come beni da redistribuire….
Iniziamo con un “reddito di intermittenza” come dice Cristina Tajani parlando di Milano, per poi allargare , la sfera dei beneficiari della misura, fino a che ogni persona possa usufruire di un basic income incondizionato.(per arrivarci  ci sarà da battersi ancora a lungo) In ogni caso, è necessario che SEL si impegni con convinzione e determinazione per realizzare quella proposta che già da tempo il suo leader Nichi Vendola, ha anticipato, tra i primi in Italia, sul sussidio o comunque una forma di reddito per chi non ha più un lavoro, nell’ottica di un nuovo welfare che sappia rispondere pienamente ai mutamenti della struttura economica .
Perché la crisi economico-finanziaria che ci sta investendo non provochi reazioni sbagliate, magari in senso xenofobo e di guerra tra poveri, l’allargamento e il potenziamento del welfare sembra diventare elemento sempre più essenziale. Per un nuovo welfare, per i beni comuni, per il reddito di intermittenza e per il reddito di cittadinanza. A Sinistra Ecologia Libertà spetta un compito assai importante e gravoso, ma che potrebbe aprire nuove prospettive per il secolo XXI....

Immagine ormai famosissima di San Precario, frutto dell'intelligenza collettiva precaria!
E' ormai riconosciuto ovunque come simbolo della lotta allo sfruttamento del precariato e attorno ad esso sono nate reti di attivisti autorganizzati


Paolo Gonzaga
iscritto a "Sinistra Ecologia Libertà", Milano, Zona 2.

P.S.:  Le opinioni espresse nel post sono miei pensieri personali, che possono trovare consenso o meno anche nei compagni/e della stessa SEL Zona 2, ma esprimono comunque riflessioni mie, poiché nelle discussioni collettive SEL Zona 2 non ha mai preso posizioni ufficiali sull'argomento. 

Se cambiano i discorsi cambia il mondo http://www.demos.it/2011/pdf/1864parole.pdf?ref=HREC1-2

domenica 3 luglio 2011

Effetto Pisapia oltre l'estate? Ridisegnare la pertecipazione

COME FAR DURARE L'EFFETTO PISAPIA OLTRE L'ESTATE
di Massimiliano Guareschi
(Il Manifesto sabato 2 luglio 2011)
Che cos'è l'effetto Pisapia? Un fatto politico o solo elettorale? Saranno i prossimi mesi a dircelo. La questione si può riassumere in una semplice domanda. Le Officine (a base tematica) e i Comitati (a base territoriale) sono stati solo un'azzeccata trovata di marketing politico, che si è dimostrata in grado di motivare un elettorato distratto e scettico, fornendo a costo zero le forze e le intelligenze per schiantare il maldestro fuoco di fila della macchina propagandistica morattiana? Se così fosse, non resterebbe che considerare esaurite quelle esperienze, per lasciare che il gioco della politica prosegua as usual, con i partiti a svolgere la loro funzione, dopo avere stabilito i reciproci rapporti di forza e lasciato il dovuto spazio alla retorica di circostanza sulla società civile e i suoi rappresentanti. Oppure le cose stanno diversamente e a Milano il vento è davvero cambiato, in un senso che va oltre l'affermarsi di una nuova maggioranza in consiglio comunale? Se si propende per questa ipotesi diviene legittima una scommessa sul fatto che la partecipazione che si è espressa in forme nuove nelle Officine e nei Comitati o nella molteplicità di iniziative che, assumendo il nome Pisapia come brand, si sono dispiegate nei più svariati ambiti possa avere una valenza non contingente. Il protagonismo collettivo che ha cambiato volto alla città sembra non essere rassegnato a rientrare nei ranghi, le reti che si sono stabilite non paiono intenzionate a smobilitare. Certo, non si tratta di esagerare la portata di strutture calibrate rispetto alle esigenze di una campagna elettorale ormai terminata, né tanto meno di tenerle in vita artificialmente. E tuttavia la nuova avventura amministrativa non può prescindere dalle forze e dalle intelligenze che si sono aggregate dando vita all'"effetto Pisapia". Ed è forse in questo senso che va interpretato l'appello del nuovo sindaco, al momento dell'insediamento, a non lasciarlo solo.
Inventare strumenti, modalità e dispositivi in grado di proiettare nella dimensione del "governo" le energie che si sono dispiegate nella campagna elettorale: questa le vera sfida che emerge dalla primavera milanese. Con formula usurata, si potrebbe parlare di spinte dal basso, ma risulterebbe fuorviante. Una rappresentazione di quel tipo, infatti, travisa, collocandole sul registro della subalternità, le tipologie di aggregazione trasversali, rispetto alle competenze, alle provenienze politiche, alle condizioni professionali, alle appartenenze generazionali, che si sono manifestate in questi mesi, riducendole al ruolo di semplici portatrici di domande e bisogni che solo la politica "in forma" sarebbe in grado di interpretare per fornire una risposta. Ma, come si è visto durante la campagna elettorale, non è così. La capacità di elaborazione e attivazione in tempo reale di gruppi, individui e reti informali ha permesso di essere "sempre un passo avanti all'avversario", svuotando spesso preventivamente l'impatto di ogni sua iniziativa propagandista. Si è molto parlato della capacità della rete e dei social network di ridisegnare le dinamiche di circolazione dell'informazione e di funzionamento della sfera pubblica. Meno si è sottolineato come essi predispongano le condizioni anche per nuove modalità di azione politica, le cui forme istituzionali sono tutte da pensare e definire. Non si tratta di mettere in discussione i quadri della democrazia rappresentativa, né di invocare un assemblearismo tous azimuts, irrealistico e defatigante, incompatibile con i tempi della decisione amministrativa. La politica democratica, tuttavia, non ha a che fare solo con le procedure e non può esaurirsi nella conta dei voti. Lo sanno bene lobby e altri stakeholder, collettivi e individuali, che non mancano mai di fare sentire il loro peso. Fra questi i partiti che, nel bene o nel male, hanno svolto per una lunga fase una funzione quasi monopolistica nella promozione e nella gestione della partecipazione politica. Da anni però viviamo la crisi della forma partito, alimentata peraltro dalla retorica sull'antipolitica veicolata dai partiti stessi. Qualsiasi cosa si pensi in proposito, è finita l'epoca dei partiti di massa, radicati, capaci di raccogliere le più diverse istanze, di rielaborarle all'interno delle proprie filiere, di garantire luoghi di elaborazione e socializzazione. La vocazione del partito leggero, verso cui volenti o nolenti ci si è incamminati, è completamente diversa. E allora la partecipazione e la cittadinanza attiva devono cercare altre strade. Speriamo che il laboratorio milanese ci fornisca lumi in proposito. Abbiamo davanti l'estate per pensarci. Ma per settembre ci si deve inventare qualcosa.

Il vino nuovo nelle botti vecchie

Cari tifosi, carta canta…

Sono meravigliosi. Nonostante le assunzioni degli amici in linea col passato, a Palazzo Marino non ci pensano minimamente a dire “scusate, abbiamo sbagliato a dire che non applicavamo lo spoil system”, ma anzi, rivendicano le scelte fatte e incitano i tifosi più trinariciuti e cretini a darti addosso con ogni tipo di diffamazione e insulto.

In un’intervista a Repubblica, Pisapia dice: “Gli assunti non sono dirigenti: non è spoil system, ma sono giovani con ottimi curricula. Rivendico, come i miei predecessori, il diritto ad avere nel mio staff persone con cui ho un rapporto fiduciario.”

Posto che di questi giovani il curriculum non è noto (o meglio, di alcuni sì, e tra questi c’è Luca Stanzione, SEL, che farà da segretario all’assessore Tajani (SEL) che non è nemmeno laureato e prenderà più di un ingegnere con laurea magistrale assunto alla Fiat), vorrei qui riportare la nozione di spoil system:

In politica l’espressione inglese spoil system (letteralmente sistema dello spoglio) descrive la pratica con cui le forze politiche al governodistribuiscono a propri affiliati e simpatizzanti cariche istituzionali, la titolarità di uffici pubblici e posizioni di potere, come incentivo a lavorare per il partito o l’organizzazione politica.

L’origine dell’espressione è il motto coniato da William Learned Marcy: “To the victor belong the spoils”( “Al vincitore spetta il bottino”).

Allo spoil system si contrappone spesso il merit system (letteralmente: sistema del merito) in base al quale la titolarità degli uffici pubblici viene assegnata a seguito di una valutazione oggettiva della capacità di svolgere le relative funzioni, senza tenere conto dell’affiliazione politica dei candidati. Il metodo tipico attraverso il quale si realizza il merit system è il pubblico concorso.

Come potete vedere, dunque, Pisapia mente quando dice che non si tratta di spoil system. Ma non è questo il punto. Il sindaco ha ben detto che è un suo diritto rivendicare persone di fiducia nel suo staff, ma non sono io che di fronte a due maxi-schermi ho dichiarato a stampa e cittadini che lo spoil system sarebbe rimasto un ricordo del passato. Soprattutto, queste persone di fiducia possono essere benissimo pagate con le proprie finanze personali, se proprio tra gli oltre 15mila dipendenti comunali non c’è nessuno che possa evitare un ulteriore addebito di mezzo milione di euro di retribuzioni alle esangui casse comunali.

Insomma, a chi ci accusa di cavalcare l’anti-politica e di fare sterile polemica, vorrei far notare che se Pisapia se ne fosse stato zitto e non avesse fatto promesse che non poteva mantenere (a cominciare dalla Giunta, che di certo non è stata fatta per almeno la metà seguendo il criterio del merito e delle competenze), nessuno avrebbe detto nulla.

Dire poi che si spende meno in assunzioni degli amici dell’amministrazione precedente o dire che “così fan tutti” è l’unica cosa che ingrossa le fila dell’anti-politica: quante cartucce in canna da sparare hanno dato lor signori con le loro ultime gesta a Beppe Grillo e sodali?

Come diceva Enzo Biagi, “La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti”: lor signori evitino di dire una cosa in pubblico e di farne un’altra nelle segrete stanze e vedranno che da parte nostra, che non abbiamo padroni né signori da servire (se ne avessimo, ora saremmo tra i neo-assunti), non riceveranno nessuna critica, ma solo lodi e incoraggiamenti come hanno avuto fino a questo momento.

Diceva Sandro Pertini che “Ai giovani non servono sermoni, ma esempi di coerenza, onestà, altruismo.”, ebbene, noi siamo giovani di 20 anni che ci occupiamo di difendere quegli esempi e di cercare di dare anzitutto noi l’esempio: dunque non facciamo distinzioni di bandiera tra incoerenti di destra e incoerenti di sinistra.

Per quanto riguarda Tabacci e il doppio incarico, rimando ad un mio vecchio articolo, in cui dimostro dettagliatamente come il suo doppio incarico non sia per nulla utile al Comune: se infatti andrà a Roma solo il martedì e il mercoledì per votare in Aula, significa che non parteciperà alle sedute della Commissione Bilancio; ergo, il suo doppio incarico, oltre ad essere indecente perché non segna una discontinuità con la vecchia giunta, è pure inutile alla città di Milano.

Insomma, di certo la storia non finisce qui: vogliamo i curricula pubblicati sul sito online del Comune, affinché possiamo noi valutare se sia stato applicato lo spoil system o il merit system. In ogni caso, il system continua a funzionare: e non è tanto diverso dal passato.

venerdì 1 luglio 2011

Bufera su Pisapia.

Milano, tornano gli stipendi d’oro. Bufera su Pisapia.

Alberto Biraghi, che di Pisapia è stato e continua ad essere uno dei più convinti supporter, in un articolo esprime tutta la propria indignazione con un laconico: “Il vento a Milano è sempre lo stesso: puzza“. E c’è da starne sicuri che la questione verrà rilanciata soprattutto dal Giornale, che sulla questione dei 32 dirigenti esterni assunti per chiamata diretta dalla Moratti e licenziati da Pisapia ci aveva montato un caso (purghe pisapiane).

Intanto però, come risulta dettagliatamente anche da un articolo di Indymedia, lo spoil system a Milano non ha affatto ceduto il passo al merit system, come lo aveva chiamato Pisapia nel suo esordio il 20 giugno. Anzi, i criteri di assunzione degli amici sono rimasti sempre gli stessi.

Come spiegare del resto ai centinaia di precari del Comune che aspettano il rinnovo del contratto (e che il blocco delle assunzioni e i 9,6 miliardi di tagli annunciati a Regioni ed Enti Locali hanno trasformato in un’utopia) e a chi ha creduto nel vento nuovo a Palazzo Marino l’assunzione di 8 esterni tutti nel giro di partiti e comitati che hanno portato all’elezione dell’attuale sindaco?

Ora forse scatterà subito nel lettore pisapiano l’ira furente di chi “rema contro”, in perfetta linea con quel tifoso da me descritto stamattina. Ma siamo obiettivi: come si fa a chiedere sacrifici ai cittadini, se non si dà l’esempio?

Qui c’è gente che campa con 900 euro al mese (se è fortunata), lavora e fa anche gli straordinari, e poi si vede scavalcare dagli amici del nuovo assessore, i quali magari sono meno titolati di lui che ha una laurea e un master, e l’unica differenza con loro è che non ha leccato il culo al piccolo satrapo di partito che ora ha un ufficio a Palazzo Marino.

Ma chi sono queste persone?

Luca Stanzione, giovane ex-rifondarolo, assunto in categoria C nella segreteria dell’Assessore Tajani (SEL, ex-centro studi CGIL). Stipendio: 42mila euro annui(3500 euro al mese lordi).

Cosimo Palazzo, presidente del Circolo Vigentina del PD, assunto come funzionario dal neo-Assessore al Welfare (di se stesso, come ironizza Biraghi), Pierfrancesco Majorino. Stipendio: 64 mila euro annui (5333 euro al mese lordi).

Roberta Pezzulla, ex Ceas, assunta al gabinetto del Vicesindaco Guida. Stipendio: 37mila euro annui (3083 euro lordi al mese)

Stefania Amato, assunta all’interno del Gabinetto del Sindaco come Istruttore direttivo dei servizi amministrativi. Stipendio: 40mila e 500 euro annui (3375 lordi al mese).

Ana Victoria Arruabarrena, assunta come la Amato. Stesso stipendio. Segni particolari: Comitato x Pisapia Zona4.

Caterina Sarfatti, figlia di Riccardo, morto l’anno scorso in seguito ad un incidente stradale. Non ha mai fatto politica prima della morte del padre, è nota per aver letto una lettera del padre al suo funerale in cui invitava a votare per Stefano Boeri alle primarie. Stesso stipendio della Amato e della Arruabarrena.

Antonio Bisignano, assunto da Pierfrancesco Maran (delfino milanese di Penati e assessore alla mobilità). Attivista di Changemilano. Stipendio: 42.640 euro annui(3553 mensili lordi).

Qui il dettaglio della delibera di oggi, direttamente dal sito del Comune di Milano. La domanda è: che fine ha fatto la promessa di valorizzare le risorse interne del Comune? Possibile che tra 15.000 dipendenti comunali non si trovasse qualcuno a ricoprire queste sei cariche?