Finalmente negli ultimi anni, ma in particolare mi sembra nell’ultimo anno, stiamo assistendo ad una nuova presa di coscienza delle moltitudini che vivono la condizione del precariato e della flessibilità senza alcuna sicurezza. Le partite Iva, (in realtà veri e propri dipendenti, obbligati ad aprirsi una partita Iva per poter essere sfruttati meglio, obbligati dal ricatto aziendale) come ha giustamente sottolineato il nostro coordinatore provinciale, Daniele Farina, alle elezioni amministrative recenti si sono rivelate votare principalmente Sinistra Ecologia Libertà, quando un tempo le partite Iva votavano Lega; e questo sottolinea Farina, non perché abbiano cambiato idea, ma perché è cambiata la composizione di classe. In poche parole, con questa frase, si possono riassumere i nuovi paradigmi del mondo del lavoro.
La battaglia per i diritti dei precari, degli atipici, delle partite Iva è una questione entrata prepotentemente nell’agenda politica anche istituzionale, e sta acquisendo sempre maggior centralità nel dibattito pubblico e sui mass-media. Parole e concetti come “reddito di cittadinanza”, “reddito di esistenza”, “reddito minimo garantito”, “basic income”, “continuità di reddito” o “reddito di intermittenza” come sta proponendo a Milano la nostra Cristina Tajani, Assessore al Lavoro della giunta Pisapia stanno entrando nel vocabolario politico-sociale.
La centralità della questione ci è dimostrata ulteriormente dal fatto che mentre un tempo a parlare di precarietà erano solo i movimenti e le aree di certa sinistra extraparlamentare oltre ai settori più maturi e avanzati di alcuni partiti della sinistra, oggi perfino il Papa Benedetto XVI, o l’ex-presidente della Banca d’Italia e ora Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, parlano della precarietà e della necessità di cambiare in qualche modo il sistema economico perché la precarietà non distrugga ogni speranza di futuro. Ovviamente i cambiamenti di cui parla Draghi molto difficilmente coincideranno con le ambizioni e le rivendicazioni di chi è politicamente consapevole dei meccanismi di sfruttamento su scala globale, ma qualche anno fa non ci si sarebbe nemmeno posti il problema…..( Ma quando dai vertici dell’Inps invitano a non dare informazioni ai precari sul loro futuro pensionistico, perché “potrebbero accadere sommovimenti popolari”- e cito a memoria, ma più o meno era questo ciò che è stato scritto- risulterebbe un po’ difficile ignorare la questione). Ma aldilà delle parole di circostanza che possono esprimere politici, banchieri, religiosi ecc. le rivendicazioni di un nuovo welfare, di un reddito minimo, di un reddito garantito, perlomeno come primo passo per chi si ritrova momentaneamente senza reddito o con entrate troppo basse per vivere un’esistenza dignitosa (sempre tenendo in mente che ci si deve muovere in un’ottica di allargamento e di affermazione di un diritto e non di una concessione), di una garanzia di continuità di reddito sono oggi rivendicazioni che ricompongono sempre più il mondo del precariato, per sua natura atomizzato e disperso e che effettivamente progressivamente ci stanno riuscendo.
Il modello produttivo è cambiato profondamente, siamo passati dal modello fordista dei grandi agglomerati industriali e dell’operaio massa a quello post-fordista della fabbrica diffusa e della piccola e piccolissima impresa, ma soprattutto del lavoro intellettuale, dei saperi, e comunque lavoro precario e sottopagato. Non che la figura dell’operaio non esista più, anzi, vediamo a quali attacchi è sottoposto proprio per fungere da esempio e mettere a tacere anche il resto del mondo lavorativo, Marchionne e la Confindustria, con gradazioni differenti, sono lì a dimostrarcelo. Ma oggi lo sfruttamento del capitalismo globalizzato sussume interamente la vita dei cittadini 24 ore al giorno e caratterizza l’economia post-fordista, configurando quindi nuovi soggetti lavorativi che diventano paradigmatici del nuovo sfruttamento: lavoratori dell’intelletto, operatori della conoscenza, del terzo settore, o i nuovi paria dei call-center (che poi spesso sono sempre gli stessi, non è raro, anzi, incontrare fior fiore di ricercatori, intellettuali, scrittori perfino, schiavizzati alla estraniante cabina del call-center), i vagabondi da un impiego all’altro, i nomadi della precarietà. Questo soggetto atomizzato, esterno ad ogni grosso agglomerato lavorativo (per quei pochi che ne sono rimasti) già negli anni ’70 da alcuni intellettuali marxisti fu chiamato “operaio sociale”. Oggi, per rinnovare il linguaggio, potremmo dire “Precario”, perché il nuovo paradigma sociale e produttivo si basa sulla precarietà, una precarietà che non è solamente situazione lavorativa ma condizione esistenziale. E vorrei sottolineare questo fondamentale concetto, che ci mette al riparo da corporativismi e lotte fra poveri, da tentativi di scambio di benefici in un ottica che poi non può che essere che padronale e che infatti viene sposata da Confindustria e dalle destre, e persino da alcuni settori del cosiddetto centro-sinistra (Ichino docet, sic!). In altre parole potremmo dire che siamo tutti precari! Anche le figure lavorative che si pensavano essere maggiormente garantite, subiscono un pesante attacco alla loro stabilità lavorativa e, ripeto, ce lo dimostra la vicenda Marchionne con il ritorno della contrattazione separata, delle gabbie salariali, dei licenziamenti di massa…..) .
Riassumendo: il tramonto della centralità dell’”operaio-massa” segna l’inizio di un nuovo paradigma produttivo in cui l’”operaio-sociale”, il “precario” diventa soggetto centrale dello sfruttamento capitalista e neo-liberista. Dal punto di vista “lavorativo” alludo al precario come figura che non rientra nei canoni del vecchio paradigma del “posto fisso” (in realtà ormai precarizzato anch’esso…..) e quindi tutti gli atipici, ai co.co.pro, al tutti i lavoratori in aziende, società, compagnie da meno di 15 impiegati (che non godono delle garanzie dello Statuto dei lavoratori, e ahimè è proprio il mio caso), partite Iva, atipici di ogni sorta, senza contare la palude del lavoro nero e dello sfruttamento dell’immigrazione: i migranti oggi sono spesso gli ultimi degli ultimi.
Ma il “precario” non è che il “totem”, l’emblema delle nuove forme di sfruttamento, di cui tutti/e noi siamo vittime, e del tentativo del capitale finanziario globalizzato di trasformare il mondo nel lavoro sempre più in questo senso, tanto da far diventare la precarietà una condizione esistenziale da accettare senza nemmeno più ribellarsi, spacciandocela per “modernità” (sic!).
Come accennavo all’inizio però, fortunatamente non tutta la politica è stata immobile e sorda. L’ultimo governo Prodi fece molto contro lo sfruttamento della precarietà, imponendo il contratto a tempo indeterminato al terzo contratto a progetto consecutivo (ed è così che ebbi il mio primo contratto a tempo indeterminato: altra mia modesta testimonianza personale che non sono tutti uguali, come qualche demagogo qualunquista oggi urla: nella notte in cui tutte le vacche sembrano nere, ne gioisce solo chi nero è già, così sembrano tutti uguali a lui).
Il nostro partito/progetto SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ è stato il primo soggetto politico a mettere la precarietà tra le questioni centrali e dirimenti, proponendo misure concrete per un nuovo welfare inclusivo. E dobbiamo insistere su questo punto a mio avviso, contraddistinguerci sempre più come il partito/progetto che si fa carico pienamente di tutte le sfide della post-modernità. Che l’elettorato di SEL sia costituito in modo massiccio da precari e da quelle generazioni, dai 20 ai 45-50 anni, che per prime, tutte in serie hanno sbattuto il viso contro il muro della precarietà, non credo che sia un caso. E soprattutto, dobbiamo aggregare il mondo del precariato, che molto difficilmente può altrimenti trovare un comune denominatore che funga da elemento di ricomposizione, tramite le nostre rivendicazioni, prima fra tutte quella di un reddito minimo garantito (e non è nulla di trascendentale, esiste in tutta Europa eccetto che in Italia e Grecia) per poi innovare il welfare con i nuovi bisogni, (il web gratis e ovunque, i trasporti gratuiti ad esempio ecc.), e per arrivare poi a forme di reddito di cittadinanza che permettano sempre più ai cittadini/e di rallentare i ritmi del lavoro salariato, di avere la forza per rifiutare i diktat e i ricatti al ribasso, e per avere più tempo per dedicarsi alla “polis” e alla “res publica”, perché il bisogno di partecipazione alle decisioni che riguardano la propria vita possa essere vissuto pienamente e non di corsa tra un lavoro precario e malpagato e l’altro….
Con tutte le critiche che si possono fare alla Cgil di ieri e di oggi, (soprattutto in questa ultima fase in cui la Camusso ha praticamente abbandonato la Fiom), c’è il merito invece di aver compreso finalmente l’importanza della questione precaria e di essersi mossa al fine di costituire una nuova consapevolezza precaria, cooperando gruppi spontanei e indipendenti che hanno trovato forme inedite di collaborazione con la Cgil stessa, come nel caso dei giovani di “Non più disposti a tutto”. Il 9 Aprile questo movimento ancora in fasce, ha organizzato manifestazioni in tutta Italia, provando a chiamare a raccolta questo soggetto sociale ancora disunito e disorganizzato ma che sta muovendo i suoi primi passi come soggetto sociale collettivo.
Ma nonostante la buona intuizione di quest’anno, il sindacato non ha fatto molto su questo tema. Molto più hanno fatto negli anni scorsi, alcuni centri sociali e realtà autorganizzate, a partire dal Leoncavallo, a molte delle realtà antagoniste del Nordest, che in larga parte appoggiano SEL ed hanno instaurato un fecondo rapporto dialettico con il nostro Nichi. E poi il lavoro del BIN, (Basic Income Nerwork), della rete di San Precario e dell’intelligenza collettiva che ha ideato una “icona” così geniale e “rappresentativa”, altre realtà di base e l’importante contributo di molti intellettuali, che grazie anche a quotidiani come Il Manifesto, a riviste come “Posse” (dove tra l’altro si possono leggere molti contributi dell’assessore al lavoro di Milano, Cristina Tajani), e tanta altra stampa e siti web, tra i quali il nostro, si é potuto dibattere e promuovere una ancor più ampia discussione a livello nazionale. (a questo proposito leggere : http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/un-nuovo-welfare e se se ne ha voglia anche questo:http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/precari-ma-senza-pensione )
Nichi Vendola ha più volte sottolineato l’importanza di questa battaglia, che afferma giustamente Nichi, non può però togliere diritti ai più anziani e darne un po’ di più ai più giovani come vorrebbero in Confindustria, alcune destre (e Ichino e qualcun altro nel Pd) ma per rivendicare un nuovo welfare che risponda ai nuovi bisogni, alle nuove lotte, al cambiamento di paradigma.
Se Sinistra Ecologia Libertà saprà rendere questa battaglia visibile e caratterizzarsi sia come parte attiva che lotta dentro ai movimenti, sia come “sponda istituzionale” per i movimenti sociali che si battono per un nuovo welfare e contro la precarietà (così come sulle mille altre tematiche portate avanti dalla società civile più consapevole, SEL deve acquisire quella capacità di essere dentro ai movimenti, in mezzo e insieme alle realtà e alle singolarità che lottano, portando poi queste istanze nel campo legislativo e facendo sì che si traducano in legge ), assolverà ad un compito essenziale, che nessuna forza politica ha svolto fin’ora con reale convinzione. SEL come progetto di ricostruzione di una nuova sinistra che sappia affrontare le sfide del XXI secolo, è fino ad oggi l’unica forza politica a dare la giusta centralità alla lotta alla precarietà (così come tante altre istanze), facendosi interprete delle rivendicazioni nel mondo del variegato mondo del precariato. Le parole d’ordine/rivendicazioni con cui scardinare la cassaforte neo-liberista devono essere, come già detto, quella di un nuovo welfare, inclusivo e adatto ai nuovi bisogni e il reddito di cittadinanza, che deve rimanere la rivendicazione comune a cui aspirare: la sicurezza sociale, la fine di ogni ricattabilità e di giochi al ribasso da parte degli imprenditori, il tempo e il denaro come beni da redistribuire….
Iniziamo con un “reddito di intermittenza” come dice Cristina Tajani parlando di Milano, per poi allargare , la sfera dei beneficiari della misura, fino a che ogni persona possa usufruire di un basic income incondizionato.(per arrivarci ci sarà da battersi ancora a lungo) In ogni caso, è necessario che SEL si impegni con convinzione e determinazione per realizzare quella proposta che già da tempo il suo leader Nichi Vendola, ha anticipato, tra i primi in Italia, sul sussidio o comunque una forma di reddito per chi non ha più un lavoro, nell’ottica di un nuovo welfare che sappia rispondere pienamente ai mutamenti della struttura economica .
Perché la crisi economico-finanziaria che ci sta investendo non provochi reazioni sbagliate, magari in senso xenofobo e di guerra tra poveri, l’allargamento e il potenziamento del welfare sembra diventare elemento sempre più essenziale. Per un nuovo welfare, per i beni comuni, per il reddito di intermittenza e per il reddito di cittadinanza. A Sinistra Ecologia Libertà spetta un compito assai importante e gravoso, ma che potrebbe aprire nuove prospettive per il secolo XXI....
Paolo Gonzaga
iscritto a "Sinistra Ecologia Libertà", Milano, Zona 2.
P.S.: Le opinioni espresse nel post sono miei pensieri personali, che possono trovare consenso o meno anche nei compagni/e della stessa SEL Zona 2, ma esprimono comunque riflessioni mie, poiché nelle discussioni collettive SEL Zona 2 non ha mai preso posizioni ufficiali sull'argomento.


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