lunedì 25 luglio 2011

Per un Parlamento pulito, per una politica fatta per passione e perché i corrotti e criminali stiano fuori.


Il parlamento degli impuniti

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Probabilmente per raccontare il piccolo mondo dei politici di mestiere, la parola “casta” è termine corretto e dovuto. Improprio ne è semmai l’uso. Si parla di casta, in molte sdegnate articolesse, per raccontare i denari dei deputati, certi loro privilegi (il diritto alla pensione, perdio!), le cifre degli stipendi sempre arrotondate verso l’alto e verso il lordo, i soldi per i portaborse, la barberia e la buvette a Montecitorio…
Ben vengano tagli e risparmi, ci mancherebbe. Ben venga anche un salario uguale (come a Strasburgo) per tutti i parlamentari d’Europa (e naturalmente, come a Strasburgo, con un prelievo fiscale “europeo”, che è metà di quello italiano). Ben venga il taglio delle auto blu, previste nei regolamenti come misura di sicurezza personale e trasformate, nella consuetudine, in uno jus vitalizio politicamente trasversale e irrinunciabile (a destra, al centro, a sinistra). Ben venga tutto. Ma la casta, in Italia, si manifesta in altre forme, più spregiudicate e meno scoperte dei tramezzini al bar della Camera.
Parliamo dell’impunità. Cioè di un parlamento che possiede, nei confronti delle leggi e del principio di responsabilità personale, un rapporto assai più lasco di quello che si pretende da tutti gli altri cittadini. Scoprire da una compilazione di Repubblica che 84 parlamentari in carica sono inquisiti, imputati o condannati, vuol dire riferirsi al dodici per cento della popolazione di Camera e Senato. E’ come se parlassimo di otto milioni di italiani accusati d’essere corrotti, concussi o amici dei mafiosi: nemmeno nella Repubblica Dominicana ai tempi di Trujillo! La cifra imbarazza anche se la leggiamo al netto da ogni finto moralismo. E perfino se le attribuiamo l’attenuante generica di una sovraesposizione naturale sul versante delle regole e dei comportamenti per chi si immerge ogni giorno nella battaglia politica. Insomma, accordiamo ai parlamentari un’alea di rischio personale, trattiamo con la dovuta benevolenza i loro peccati veniali: restano comunque decine di deputati e senatori accusati di essersi lasciati comprare o di aver venduto cariche e appalti, di aver trafficato con i voti della mafia e della camorra, di aver protetto o favorito incalliti criminali. Insomma, d’essere stati ben lontani da quelle virtù elementari che si pretendono, in ogni parte del mondo, da un legislatore.
In questo c’è un sentimento di casta: nel non parlarne, o nel non parlarne abbastanza, come se quei dodici per cento di onorevoli inguaiati fino al collo con la giustizia fosse solo una trascurabile corvée, un prezzo che va pagato, un dettaglio. Se non fosse una casta, l’attuale parlamento avrebbe preteso da se stesso già a causa di queste percentuali indecorose un rinnovamento profondo e immediato, andando allo scioglimento anticipato di Camera e Senato a prescindere dai numeri d’aula, dai deputati acquistati un tanto a mutuo, dai partitini prefabbricati per tenere in piedi maggioranza e legislatura. Perché il punto non è più l’assenza di una maggioranza ma l’assenza di una vis politica, di un sentimento di elementare decenza senza il quale non si ha il diritto di decidere nemmeno le quote millesimali di un condominio.
Lo scrivo proprio perché mi sento lontano dalla demagogia di Grillo, dalle sue urla generiche e inoffensive nei confronti di tutti i politici. Non tutti i politici si trovano a condividere le condizioni e le miserie di quella loro opaca minoranza, ma senza un atto politico che restituisca il Parlamento alla sua dignità, quell’opacità finisce per offuscare il destino di tutti. E per far brillare la parola casta come l’unica definizione possibile.
Il punto è dissociare quei destini, prendere strade diverse, evitare di restare sotto lo stesso tetto istituzionale con Dell’Utri, Cosentino, Cesaro, Romano, Papa, Lombardo, Berruti, Brancher, Milanese, Tedesco, Fitto, Vizzini, D’Alì… Agli stipendi dei parlamentari, se troppo alti, si pone rimedio tagliandoli. Ma all’imbarazzo di tenere in vita un Parlamento di inquisiti e di pregiudicati si pone rimedio solo sciogliendolo, andando al voto con liste che utilizzino il codice di autoregolamentazione (approvato all’unanimità da tutti i partiti la scorsa legislatura in commissione antimafia, e mai applicato) e offrendo agli italiani una legge elettorale che permetta loro finalmente di scegliersi i deputate e i senatori per nome e cognome.
Claudio Fava
Direttivo Sinistra Ecologia Libertà
Postato da Paolo Gonzaga

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