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venerdì 29 luglio 2011

Intervista a Nichi Vendola su "La Repubblica" 29/07/2011

ARTICOLO: QUANDO LA POLITICA È DEBOLE…

Autore: redazione
Intervista a Nichi sulla questione morale, a cura di Giovanna Casadio, pubblicata su Repubblica di oggi.
ROMA - “Talvolta ho schifo sia del fango che della macchina del fango…”. Nichi Vendola, il leader di Sel, va all´attacco sulla questione morale, che preferisce chiamare “la questione politica di questo paese, perché quando la politica è debole prendono la scena corrotti e corruttori”. 
Il Pd è nei guai giudiziari: molto fango sul partito di Bersani, o semplicemente le inchieste su Penati, Tedesco, Pronzato hanno qualche fondamento?
“Le inchieste svelano il fango che c´è dentro tutti i sistemi di potere, che scorre nelle vene della politica quando diventa povera di passioni ed è avvelenata dalle lobby e dai trafficanti di consenso. Vorrei non mettere esclusivamente sulle spalle di un partito una questione che interroga tutti noi, visto che a 20 anni da Tangentopoli, come nel gioco dell´oca, torniamo alla casella di partenza. Se ai tempi di Mani pulite la corruzione definiva una sorta di patologia, oggi l´impressione è che siamo dinanzi alla fisiologia del sistema politico innervato di corruttela e affarismo”.
Lei fa di tutta l´erba un fascio?
“Parlo del centrosinistra, di tutti noi, con un´avvertenza: per noi non vale e non può valere la parabola evangelica del “voi guardate la pagliuzza nel nostro occhio invece della trave nell´occhio del centrodestra”, perché penso che i fenomeni di pubblica immoralità non si possono pesare, non hanno una gerarchia. Il punto è: la questione morale è o no una grande questione politica, che ha a che fare con la fragilità costitutiva della nostra borghesia? Siamo di fronte a una sorta di “mucillagine” istituzionale e la politica è spiazzata. Il ceto politico è un insieme di negoziatori di interessi localisti, lobbistici, corporativi. Se la politica si organizza come mercato elettorale, allora la compravendita si potrà fare in Transatlantico, in quello che è diventato il paese di Scilipoti”.
Tuttavia, Bersani fa bene a minacciare una class action degli iscritti contro la macchina del fango sul Pd?
“Capisco la difficoltà che vive il Pd in questo momento e anche il sentimento di assedio che si riverbera nelle parole di Bersani. Però credo che bisogna evitare di imboccare le scorciatoie, o di offrire rappresentazioni complottistiche: il problema c´è ed è gigantesco, chiama in causa la nostra capacità di rinnovamento”.
La diversità della sinistra è quindi perduta?
“Esiste, se la sinistra è capace di denunciare l´immoralismo di una classe dirigente che fa operazioni di vera macelleria sociale. La diversità vive in un programma in grado di ribaltare quella incredibile coazione a impoverire i poveri e arricchire i ricchi. La questione morale è questione politica e sociale. Si dice che la politica è una casta, più che altro rischia di essere la guardiana degli interessi di tante caste. Solo lo 0,7% degli italiani denunciano redditi superiori a 100 mila euro all´anno, ma basta affacciarsi nei porticcioli per avere un´idea sommaria ma efficace di quanta ricchezza e lusso ci siano, senza rispondere a un dovere di solidarietà e di austerità”.
Non trova imbarazzante il “caso Tedesco”, che è stato ex assessore della sua giunta in Puglia?
“Oggi quella vicenda è consegnata alle aule giudiziarie. Ma tempeste giudiziarie hanno riguardato la sanità piemontese e quella lombarda. L´organizzazione della sanità è il più gigantesco luna park affaristico-corruttivo del nostro paese”.
Ha detto di volersi ritirare da questa politica che non le piace: ci ha ripensato?
“Sono entrato in politica subendo il fascino di Enrico Berlinguer: non mi sento un uomo in carriera e talvolta ho schifo sia del fango che della macchina del fango, e ci sono momenti in cui viene voglia di evadere. Ma non abbandono la battaglia politica. Non è una marcia indietro la mia rispetto a quanto detto. Però voglio combattere i miei avversari senza bisogno dello sputo, provando a rispettarne l´umanità. Il centrosinistra deve costruire un´offerta politica contro i ladri, una grande alternativa di valori, il racconto di un´Italia migliore fondata sulle virtù civiche e i beni comuni”.
Da "La Repubblica 29/07/2011
postato da Paolo Gonzaga

lunedì 25 luglio 2011

Per un Parlamento pulito, per una politica fatta per passione e perché i corrotti e criminali stiano fuori.


Il parlamento degli impuniti

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Probabilmente per raccontare il piccolo mondo dei politici di mestiere, la parola “casta” è termine corretto e dovuto. Improprio ne è semmai l’uso. Si parla di casta, in molte sdegnate articolesse, per raccontare i denari dei deputati, certi loro privilegi (il diritto alla pensione, perdio!), le cifre degli stipendi sempre arrotondate verso l’alto e verso il lordo, i soldi per i portaborse, la barberia e la buvette a Montecitorio…
Ben vengano tagli e risparmi, ci mancherebbe. Ben venga anche un salario uguale (come a Strasburgo) per tutti i parlamentari d’Europa (e naturalmente, come a Strasburgo, con un prelievo fiscale “europeo”, che è metà di quello italiano). Ben venga il taglio delle auto blu, previste nei regolamenti come misura di sicurezza personale e trasformate, nella consuetudine, in uno jus vitalizio politicamente trasversale e irrinunciabile (a destra, al centro, a sinistra). Ben venga tutto. Ma la casta, in Italia, si manifesta in altre forme, più spregiudicate e meno scoperte dei tramezzini al bar della Camera.
Parliamo dell’impunità. Cioè di un parlamento che possiede, nei confronti delle leggi e del principio di responsabilità personale, un rapporto assai più lasco di quello che si pretende da tutti gli altri cittadini. Scoprire da una compilazione di Repubblica che 84 parlamentari in carica sono inquisiti, imputati o condannati, vuol dire riferirsi al dodici per cento della popolazione di Camera e Senato. E’ come se parlassimo di otto milioni di italiani accusati d’essere corrotti, concussi o amici dei mafiosi: nemmeno nella Repubblica Dominicana ai tempi di Trujillo! La cifra imbarazza anche se la leggiamo al netto da ogni finto moralismo. E perfino se le attribuiamo l’attenuante generica di una sovraesposizione naturale sul versante delle regole e dei comportamenti per chi si immerge ogni giorno nella battaglia politica. Insomma, accordiamo ai parlamentari un’alea di rischio personale, trattiamo con la dovuta benevolenza i loro peccati veniali: restano comunque decine di deputati e senatori accusati di essersi lasciati comprare o di aver venduto cariche e appalti, di aver trafficato con i voti della mafia e della camorra, di aver protetto o favorito incalliti criminali. Insomma, d’essere stati ben lontani da quelle virtù elementari che si pretendono, in ogni parte del mondo, da un legislatore.
In questo c’è un sentimento di casta: nel non parlarne, o nel non parlarne abbastanza, come se quei dodici per cento di onorevoli inguaiati fino al collo con la giustizia fosse solo una trascurabile corvée, un prezzo che va pagato, un dettaglio. Se non fosse una casta, l’attuale parlamento avrebbe preteso da se stesso già a causa di queste percentuali indecorose un rinnovamento profondo e immediato, andando allo scioglimento anticipato di Camera e Senato a prescindere dai numeri d’aula, dai deputati acquistati un tanto a mutuo, dai partitini prefabbricati per tenere in piedi maggioranza e legislatura. Perché il punto non è più l’assenza di una maggioranza ma l’assenza di una vis politica, di un sentimento di elementare decenza senza il quale non si ha il diritto di decidere nemmeno le quote millesimali di un condominio.
Lo scrivo proprio perché mi sento lontano dalla demagogia di Grillo, dalle sue urla generiche e inoffensive nei confronti di tutti i politici. Non tutti i politici si trovano a condividere le condizioni e le miserie di quella loro opaca minoranza, ma senza un atto politico che restituisca il Parlamento alla sua dignità, quell’opacità finisce per offuscare il destino di tutti. E per far brillare la parola casta come l’unica definizione possibile.
Il punto è dissociare quei destini, prendere strade diverse, evitare di restare sotto lo stesso tetto istituzionale con Dell’Utri, Cosentino, Cesaro, Romano, Papa, Lombardo, Berruti, Brancher, Milanese, Tedesco, Fitto, Vizzini, D’Alì… Agli stipendi dei parlamentari, se troppo alti, si pone rimedio tagliandoli. Ma all’imbarazzo di tenere in vita un Parlamento di inquisiti e di pregiudicati si pone rimedio solo sciogliendolo, andando al voto con liste che utilizzino il codice di autoregolamentazione (approvato all’unanimità da tutti i partiti la scorsa legislatura in commissione antimafia, e mai applicato) e offrendo agli italiani una legge elettorale che permetta loro finalmente di scegliersi i deputate e i senatori per nome e cognome.
Claudio Fava
Direttivo Sinistra Ecologia Libertà
Postato da Paolo Gonzaga